ARCHITETTURA OPEN SOURCE

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Nella lotta tutta italiana, “fra gondolieri e futuristi”, sì, anche in Lombardia ce ne sono, metaforicamente parlando, i milanesi sono stati e sono tuttora “sempre pronti a gettarsi sulle innovazioni che hanno fatto la differenza”. Ora, divisi tra “vecchi atteggiamenti già noti come NIMBY” e sempre più nascenti movimenti YIMBY (Yes, in My Back Yard!), si trovano alle prese anche con il dopo Expo. Secondo Carlo Ratti, esperto di Architettura Open source, su cui ha appena scritto un libro, “Expo sono convinto che sarà un successo, ma quello che sarà fondamentale è proprio post-Expo: è qui che si gioca una delle partite più importanti per la città”.

Architetto, ingegnere e agit-prop, attivo sia in Italia sia al MIT, dove insegna, Ratti nel suo “Architettura Open Source” (Einaudi) esplora assieme a Matthew Claudel quel movimento “Open Source”, appunto, e i nuovi modelli di partecipazione in rete e di potenziali rivoluzioni anche nell’architettura e nel design.
Milano, per Expo e per il design, non può non sentirsi chiamata in causa dal suo testo, per non parlare dei tanti cantieri aperti che “è importante siano completati il più in fretta possibile per poi continuare a guardare avanti”. Secondo Ratti, infatti, “forse anche qualcuno dei recenti sviluppi non sara’ perfetto, ma a differenza di moltissime altre città d’Italia, Milano è sempre in divenire. Renzo Piano la definì una città ‘imperfetta’, ma proprio per questa sua imperfezione e’ straordinaria, favorisce la creatività”. Anche il recupero dei Navigli, è “una grandissima occasione per ridisegnare i lineamenti della città e il carattere dei suoi spazi pubblici”.
Il dopo Expo resta “LA” grandissima occasione, che non va mancata, perché “i grandi eventi trovano senso se diventano catalizzatori di trasformazioni urbane comunque necessarie”. Ce lo insegnano la storia e Ratti, con tre esempi. Due da seguire, per Milano, e uno da evitare. Una delle due città virtuose è Barcellona con i Giochi del 1992, “un altro caso di successo citato spesso è l’Expo del 1988 di Brisbane, Australia. Oggi il sito è una delle zone più ‘vibranti’ della città” racconta Ratti. Lui ci ha anche vissuto e ha visto coi suoi occhi che “dove sorgeva all’epoca il nostro Padiglione nazionale, immortalato nelle foto con una grande scritta ITALIA affacciata sul fiume, è tutto un susseguirsi di giardini, ristoranti, caffé e dehors, spesso affollati da nugoli di ragazzi che smanettano sui laptop all’aria aperta: miracoli prodotti dalla rivoluzione digitale in un clima subtropicale”. Milano non deve imitare Siviglia (1992), “un grande flop, dove ancora oggi si combatte contro il difficile riutilizzo di un intero quartiere mal progettato”.
La partita è ancora da giocare, e da giocare c’è anche la carta delle nuove tecnologie della rete che fornisce gli strumenti che mancavano negli anni 60-70, quando a Milano come in tutta Europa, si tentarono molti progetti di architettura partecipata, “anche nella direzione giusta”.
Un po’ dalla Stivale, un po’ da oltreoceano, Ratti vede segnali positivi a Milano e nel Paese, anche se, citando Giuliano da Empoli, descrive una Italia, e una città, ostaggio di “una lotta feroce tra gondolieri e futuristi, tra chi rifiuta il cambiamento e chi lo sostiene sempre, indipendentemente dal contesto”.
“Noi italiani siano sempre stati pronti a gettarci sulle innovazioni che hanno fatto la differenza: i telefonini negli anni ‘90, il car-sharing oggi: perché non scommettere sulle prossime trasformazioni?”. Così la pensa questo architetto innovatore incluso da Wired tra le “50 persone che cambieranno il mondo”. Non è cieco, li vede i comitati del “no” ad ogni trasformazione annunciata e ammette che “in alcuni casi effettivamente possono bloccare un processo partecipativo”. “Conosciamo bene questo atteggiamento, corrisponde ai NIMBY (Not in My Back Yard, non nel mio cortile). Non è certo nuovo. La sua forma primordiale fu il NIMT (Not In My Tree, non sul mio albero.) o il NIMC (Not In My Cave, non nella mia caverna.), anche se l’accezione moderna nasce dal NIMEY (Not In My Estate Yard, non nella mia proprietà). Era il 1833 e la proprietà era il Clement Clarke Moore’s Chelsea Estate di New York” spiega. Poi guarda avanti, come suggerisce di fare anche Milano, dove “si vedono anche molti esempi di YIMBY (Yes, in My Back Yard!), e accade per i progetti che accendono l’immaginazione collettiva, come quando ci si trova con entusiasmo a finanziare un progetto su Kickstarter”.
Non sarà un caso, sarà semmai un nuovo caso di “Architettura Open Source” da raccontare.

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