DESIGN RIPARABILE

Schermata da 2015-02-13 18:38:53

Serve una generazione di prodotti e di servizi di alta qualità che gli stessi utenti possano riparare o aggiornare liberamente. Servono anche nuove professioni e “open mind” per abbattere le frontiere non geografiche, ma di pensiero, verso un mondo “open source” dove tutto sia accessibile. Senza valore, quindi? Dipende, “il ‘come’ farà la differenza”. E’ così che la pensa un’esperta conoscitrice del design italiano, Frida Doveil, che, dallo studio milanese che presiede, Fragile, vede una città, e un paese, indietro rispetto al resto del mondo ma “Milano potrebbe godere del vantaggio del ritardo”, della tradizione.

I designers italiani – come i “Milano Makers” di Cesare Castelli – hanno infatti dalla loro parte un approccio “meno pragmatico: qui non si rinuncia alle visioni e i saperi antichi dell’homo faber”. A pochi km di distanza, neanche a farlo apposta, un progetto di alta innovazione tecnologica, come quello della lombarda Thales Alenia Space Italy, intanto, arriva a collaborare con l’americana Made in Space per la stampante “spaziale” POP3D “zero gravity”. Ecco la convivenza tra nuovo e antico che può essere la carta vincente per una città che deve rincorrere le sue pari ruolo europee.
Una cosa è certa, per Doveil: “c’è tanto da fare, ancora. Bisogna ripensare la progettazione degli oggetti e il loro utilizzo, nel rispetto dell’ambiente e della società”. Questo porterà, o sta già portando, a nuove figure professionali nel fermento milanese, e a nuove occasioni di lavoro anche per chi il mestiere lo svolge da tempo, ma vuole restare al passo.
“Per vincere la sfida della qualità dentro la nuova sfida dell’economia circolare, servono imprenditori e designer visionari e colti. Come Denis Santachiara di Cyrcus – spiega Frida Doveil – E’ necessario lavorare sui linguaggi, trovare nuove idee e nuove tecniche”.

Schermata da 2015-02-13 18:40:35Per capire come il design far migliorare la riparabilità e la durata degli oggetti, e per una Milano “open mind”, Doveil a fine 2012 ha dato vita al progetto R-Riparabile, patrocinato da ADI (Associazione Design Industriale italiana). E’ una ricerca internazionale, autofinanziata da Fragile, che invita a segnalare dal mondo intero “prodotti facili da assemblare, progetti di adattamento o aggiornamento di prodotti industriali, strategie sui ricambi e programmi di assistenza post-vendita, tecnologie della riparabilità, materiali riparabili, nuove estetiche, kit per la riparazione, piattaforme web, progetti di fai-da-te 2.0, rifacimenti architettonici del costruito”. L’obiettivo è di “sterzare” verso una nuova cultura della relazione con le cose, “cose” che, secondo la “Circular Economy” devono essere realizzate e concepite per “rimettere in circolo” quanto già utilizzato.
In tal contesto “spunta”, e si punta, sull’idea di pezzi di ricambio ad hoc, e su accessori che possano far evolvere gli oggetti senza doverli sostituiti tout court. “Le aziende non pubblicizzano che sono disponibili i pezzi di ricambio, perché una vera strategia della riparazione non è ancora stata messa in campo – spiega Doveil – da anni, ormai, però le migliori imprese di design mettono a disposizione i pezzi di ricambio dei propri prodotti e ne prevedono la manutenzione. Ma sci vuole una strategia più ampia, soluzioni nuove, su riparabilità e durata”.
Il percorso è lungo, ma è avviato, anche nel nostro “Paese in Ritardo”, di cui Milano lo è un po’ meno. Anche all’estero, quella dei pezzi di ricambio in 3D è una storia molto recente, la stampa 3D “produce” solo dal 2000. H nno iniziato nel settore aerospaziale – realizzando componenti ad hoc solo al bisogno con stampanti a polveri metalliche da spedire nello spazio – e nel settore medico – con pezzi di ricambio su misura per il corpo umano, in polimeri avanzati o in metallo.
Ora tocca anche al design e “la rivoluzione software, al di là dei confini geografici, avrà come protagonisti i maker.

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