TESSUTI SUBACQUEI

Schermata da 2014-12-01 16:45:30

La manualità l’ha ereditata dalla nonna francese “con cui passavo ore a tagliare, cucire, incollare”, oggi è architetto, esperta in ristrutturazioni e restyling di ambienti commerciali food/retail, e per Milano sogna una “Eataly del design”: un centro di raccolta temporanea espositiva con consulenza nel marketing. “Uno dei bei fabbricati, abbandonati, bellissimi che vedo in città sarebbe perfetto” e già, per deformazione professionale, sembra immaginarne il restyling, fase per fase. Questa sognatrice che ama definirsi anche “produttrice di oggetti utili/inutili” è la 43enne milanese Marie Christine Volterrani e i suoi “oggetti inutili/utili” costituiscono il progetto “Textures” nato dopo aver conosciuto un vero pioniere della fotografia subacquea, Pierfranco Dilenge, e la sua “immensa banca dati di meravigliose immagini”.

“Come nel film Avatar: natura primordiale ma contemporanea, contraddittoria, artigianalità ad alta tecnologia. Così rielaboro in digitale le diapositive, ne prendo una porzione e la rendo modulare ottenendo sfondi decorativi omogenei poi stampati con macchine professionali nel comasco su tessuti di ogni tipo” spiega Volterrani, mostrando i numerosi e variopinti usi delle sue textures.

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Rivestimenti per l’arredamento, capi o accessori per l’abbigliamento e “le lampade a led che produco interamente da sola. Sì, perché fin da bambina raccoglievo oggetti dimenticati e li reinterpretavo, creavo piccoli accessori e scenografie per la mia mitica Barbie. Ho ereditato la manualità dalla mia nonna francese”.
Estetica a parte, quello di Volterrani è un percorso finalizzato ad interpretare la natura in modo contemporaneo: “è un tema di cui è importante parlare, anche indossarla è un modo per farlo”. Superate le prime difficoltà, oggi riesce a coltivare la propria passione e produrre e si sente “a cavallo”, ben consapevole però che “se avessi più nozioni di marketing comprenderei meglio logiche commerciali che portano ad un consumo di un prodotto piuttosto che un altro, allora magari la passione potrebbe diventare anche opportunità di business”. Al momento, però, non ha intenzione di scegliere, anzi, è ben convinta che il suo essere architetto e il suo lato più artigianale riguardino “due ambiti che si copiano a vicenda ed uno non può esistere senza l’altro”. Dopo il liceo Hajech e il Politecnico, Milano resta sempre la sua base e dal suo Spazio Mistral di via Tadini 5 osserva la città, ricca di iniziative “ma la maggior parte nate da gruppi di pazzi visionari autoproduttori che creano ed emanano energia. Manca un centro di raccolta temporanea espositiva con la presenza di una buona dose di consulenza nel marketing. Lo ha fatto il concept ‘Eataly’: prodotti food Made in Italy racchiusi in una bella scatola. Perché noi no?”

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